Celibato e ministero sacerdotale

 

Vorrei intervenire nel dibattito sul celibato e il ministero sacerdotale che da alcuni numeri trova ospitalità sulla vostra rivista.

Sono stato ordinato nel 1986, ho conseguito la Licenza in Teologia, ho esercitato il ministero sacerdotale come vicario parrocchiale, educatore in Seminario e parroco di una piccola comunità; ho lasciato il ministero nel 1994 e poi contratto matrimonio nel 1996. Le riflessioni che seguono non provengono solo dalla personale esperienza, ma anche dalla conoscenza diretta e dalla condivisione del cammino, serio e sereno, non sempre e non necessariamente conclusosi con l'abbandono, di altri preti "in crisi".

Gli interventi già pubblicati si muovono verso direzioni nuove e, per certi aspetti, anche coraggiose. Mi pare però che ancora la prospettiva sia quella di considerare il fenomeno dei preti che abbandonano il ministero solo come evento negativo, per quello che "toglie" alla Chiesa e per l'esperienza di "difficoltà" di quanti sono coinvolti. Un prete che "lascia" non può certamente essere considerato un "guadagno" per la Chiesa ma ciò non preclude la possibilità di leggere la vicenda dei preti che abbandonano anche per quanto di "significativo" può dire alla Chiesa e al ministero.

Innanzitutto: come ogni storia di vocazione è una storia singolare, costruita da Dio e dalla libertà di un cristiano, così anche ogni crisi è una storia che ha caratteri di unicità. Questa attenzione andrà salvaguardata in sede di direzione spirituale (o di "gestione" della crisi) ma, dovendo generalizzare, credo sia possibile parlare di una certa bivalenza della "crisi" che è crisi del "ministro" ma anche crisi del "ministero", o meglio, della sua forma storica. Inoltre, la "crisi" è un evento che non si può leggere semplicemente ed esclusivamente come un atto di ribellione, ma un evento che appartiene alla storia di fede di un cristiano; Dio non è "l'Altro" verso il quale si voltano le spalle ma "l'Altro" continuamente ricercato, anche nella notte della crisi. Senza un sincero desiderio di autenticità della propria vita di fede, senza volontà di essere fedeli al Vangelo, non ci sarebbe neppure sentimento di ambiguità, di inadeguatezza, di insoddisfazione e sofferenza per una vita esigente alla quale non ci si sente più capaci di rispondere. Ovviamente non si può dimenticare che vi sono "crisi" sacerdotali che gettano le proprie radici in "patologie" o immaturità umane e spirituali, ma una riflessione più seria ed impegnativa - che oggi si chiede alla Chiesa di affrontare - deve valutare il significato di quelle crisi che sono dichiaratamente vissute entro le dinamiche della fede e con inalterata passione per le sorti del Vangelo e della Chiesa. L'articolazione dettagliata di questo scenario può sfuggire ad una valutazione del fenomeno che si basi unicamente sull'analisi delle richieste di dispensa dal celibato. Infatti non tutti, e per svariati motivi, i preti che abbandonano ne fanno domanda e inoltre, per tutti gli altri, le condizioni previste dalla procedura potrebbero rivelarsi dei parametri "obbligati" e quindi anche troppo "restrittivi", incapaci di dare ragione della complessità della propria vicenda.

Limitarsi ad accusare le insidie e la complessità della modernità o la fragilità delle nuove generazioni - dimenticando che l'umanità sarà sempre inadeguata e fragile rispetto al ministero - come elementi che mettono più a rischio la fedeltà al ministero, non permette di cogliere che la "crisi" non è soltanto un'accusa nei confronti di quanto avviene all'esterno del ministero ma soprattutto interroga il ministro e il ministero dal di dentro, circa il discernimento vocazionale, la "gestione" della crisi stessa e le condizioni di esercizio del ministero.

Alcune questioni circa i criteri di discernimento vocazionale. In alcuni casi, l'eccessiva importanza data alla preparazione teologica scolastica rischia di non favorire un discernimento sereno. Anche se è importante una solida preparazione culturale, un buon teologo non necessariamente sarà un buon prete. Lo scorrere parallelo, quasi sovrapposto, delle tappe accademiche e di avvicinamento alla ordinazione rischiano di causare pericolosi "corto circuiti". Chi è consapevole di queste dinamiche non si stupisce quando, ad andare in crisi, sono anche alcuni tra "i migliori". In altri casi, non è la preoccupazione della preparazione teologica a fare da schermo al discernimento ma la penuria di clero, il rischio che i seminari si svuotino. Candidati dimessi da seminari di diocesi "ricche" diventano facilmente preti presso diocesi o ordini religiosi più "poveri" numericamente. Ma più rilevante dal punto di vista teologico, è il tema del discernimento legato all'esperienza pastorale che precede l'ordinazione. E' vero che non si può dare graduale avvicinamento alla pratica della Penitenza o alla presidenza dell'Eucarestia. Ma è altrettanto vero che raramente l'esperienza pastorale precedente l'ordinazione permette al candidato di esercitare, per un periodo di tempo consistente, la propria responsabilità e maturare le attenzioni e le sensibilità pastorali, spirituali e umane necessarie alla cura d'anime. Se la complessità e i cambiamenti della modernità portassero ad un ripensamento circa l'età minima per l'ammissione agli ordini, ciò dovrebbe avere come obiettivo non l'ulteriore protrarsi della permanenza in seminario, ma il poter disporre di un periodo più significativo di tirocinio pastorale nel corso del quale verificare l'idoneità dei candidati nei confronti di una figura "concreta" di ministero, non ideale o idealizzata (come invece può facilmente "prodursi" in una stanzetta di Seminario). Credo che il primo incrocio tra la crisi del sacerdote e le crisi del ministero sia proprio a livello di discernimento vocazionale. Quale figura di prete è oggi richiesta dalla comunità cristiana? Su quale figura di prete il candidato viene formato e verificato? Molto più lacerante del sentimento di inadeguatezza al ministero è la percezione di esercitare il ministero in forme inadeguate.

 

Un'altra serie di riflessioni proviene dall'analisi della gestione del periodo della crisi. Quanti sono i sacerdoti che possono dire di avere affrontato periodi di crisi potendo contare sulla vicinanza di superiori e confratelli che li hanno seguiti, accompagnati con rispetto e franchezza? Senza appelli volontaristici o superficiali ("vedrai che ti passa!")? Nel mio percorso di "crisi" ho avuto il conforto e la guida di sacerdoti che mi hanno aiutato (con energici richiami alle mie responsabilità, senza facili concessioni, ma sforzandosi anche di capire) e che hanno garantito la continuità, anche nell'abbandono del ministero, del legame con il mio Vescovo. Ma molte decisioni di abbandonare giungono alla conclusione di lunghe stagioni di crisi vissute in solitudine o nell'incomprensione; e quante crisi si "risolvono" in un permanere nel ministero che, nello stesso tempo, è un permanere anche nell'ambiguità? Il popolo di Dio, semplificando ma esprimendosi con efficacia, sentenzia che "è meglio un bravo cristiano che un cattivo prete" e afferma così che la crisi di un sacerdote può essere un itinerario di grazia anche se sfocia nell'abbandono del ministero; la stessa saggezza popolare - forse poco "ortodossa" ma con una sua "sapienza" - non giustifica il rimanere preti ad ogni costo perché il costo, in questi casi, lo pagherebbe poi la fede del popolo affidato a pastori "incerti".

Ma quali sono i sintomi della crisi? E' facile parlare di crisi solo quando sfocia in una crisi affettiva, con il coinvolgimento di altre persone. Spesso - e a volte prima della crisi affettiva - il disagio nasce e riguarda altri aspetti dell'esercizio del ministero come la difficoltà nelle relazioni tra i presbiteri, l'aridità derivante da un eccessiva attività di "sacramentalizzazione" o lo sbilanciamento della propria attività sulla gestione delle strutture. Quanti sono i "ministeri in crisi" - tollerati dai superiori e sopportati dai fedeli - che non vengono "affrontati" e aiutati solo perché non si trasformano anche in crisi del ministro? Un "sommerso" della crisi che sfugge alle statistiche ma non dovrebbe sfuggire alla riflessione.

Con molta umiltà, nell'ottica di voler dare un contributo e senza spirito di rivendicazione, credo che, per diversi aspetti, la crisi di molti sacerdoti conduca alla necessità di ripensare le forme in cui il ministero sacerdotale viene esercitato; forme che presentano in se stesse aspetti di crisi o, se non altro, segni di "stanchezza".

Un aspetto, ma non l'unico e, forse, nemmeno il più importante, è il celibato sacerdotale. Senza mettere in discussione il valore e la ricchezza per la Chiesa della scelta celibataria, che non va sminuita, molti sacerdoti in "crisi" hanno messo in discussione soltanto il "proprio" celibato ma non il ministero. Un ministero abbracciato nella sua forma celibataria perché impossibilitati - storicamente - a pensarlo diversamente. La concreta e onesta disponibilità di continuare ad esercitare nella nuova e felice condizione matrimoniale il proprio ministero sacerdotale non può non porre un serio quanto "semplice" interrogativo. E' proprio vero che oggi non ci sarebbe lo spazio per il sacerdozio non celibatario anche nella chiesa cattolica? Certamente, alcuni modelli tradizionali di esercizio del ministero non reggerebbero più per un prete sposato, ma questi stessi modelli sono messi in discussione, per altri motivi, anche per i preti celibi. Mi riferisco ad altri aspetti della crisi del ministero, non meno importanti del celibato. Le sempre più numerose esperienze di vita comunitaria tra presbiteri non possono essere solo delle soluzioni alle difficoltà della vita "domestica" o prese di posizione in difesa contro il pericolo della solitudine: dicono che in crisi è l'esercizio "solitario" del ministero sacerdotale a vantaggio della comunione presbiterale.

In trasformazione è anche il rapporto dei presbiteri con i laici e il coinvolgimento dei laici nelle responsabilità pastorali. Un maggior spazio concesso ai laici non può essere solo la conseguenza della carenza di clero ma deve soprattutto corrispondere ad un ripensamento del ruolo della comunità cristiana e del significato della presidenza della comunità: è la crisi di una gestione clericale della pastorale.

L'amministrazione dei sacramenti, in una società secolarizzata, in una chiesa "di minoranza", il ruolo del prete tra derive devozionaliste, sociologiche o psicologiche, sono altrettanti elementi che contribuiscono a mettere in discussione le forme del ministero.

Nell'attuale contesto storico ed ecclesiale, le crisi dei sacerdoti non possono condurre esclusivamente ad atteggiamenti di difesa - o di condanna - perché contengono dinamiche di verità, esprimono contenuti evangelici. Non potrebbe quindi essere "istruttivo" leggere la vicenda dei sacerdoti che lasciano il ministero anche come un modo per dire - e capire - le difficoltà delle attuali condizioni di esercizio del ministero?

 

Andrea sarto