Intervista ad Arturo Paoli
(6 dicembre 2006, Maria Paola Masala per l'Unione Sarda)
 

Il suo nome figura tra quelli del Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, Yad Vashem, accanto agli altri “Giusti fra le nazioni” che hanno salvato la vita agli ebrei dello Shoah. La sua congregazione è quello dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucault, aperti come pochi altri al mondo musulmano. Quanto alla sua identità di uomo, e di cristiano, gli viene dagli ultimi. “Se vivi tra i poveri, sei spogliato di tutto. Se vivi in ambienti cultura e ricchezza, anche senza volerlo, hai difese. Solo stando tra la povera gente, senza coperture di sorta, ho capito perché Gesù ha scelto l’ultimo posto. Perché solo lì ci si può sentire autentici.

[… … …] Novantaquattro anni appena compiuti, sacerdote da sessantasei, Arturo Paolo è un Piccolo Fratello da cinquantadue, da quando – cappellano su una nave argentina destinati agli emigranti – ebbe modo di conoscere alcuni confratelli di Foucault. Da allora la sua vita si è svolta tutta in America Latina: quindici anni in Argentina, nove in Venezuela, ventitré in Brasile, nelle favelas. “Ora sono tornato in Italia, ma a Pasqua sono andato a trovare i miei ragazzi, laggiù.

Fratel Arturo, la Chiesa di oggi quanto è vicina a Cristo?

“Lontanissima. Naturalmente parlare di Chiesa è troppo generico. Ci sono, nella Chiesa, persone molto vicine agli altri, tanti religiosi e tanti laici impegnati. La Chiesa rappresenta la razionalità della fede, il dogma. Ma questa razionalità figlia della filosofia greca è caduca, il modo di pensare dell’uomo è in continua mutazione. Sto leggendo un librino di un filosofo francese, François Jullien  (“Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente”, edito Laterza) che non sapendo come persuadere i colleghi ad abbandonare questa linea tradizionale (secondo cui l’efficacia si lega sempre ad un’azione decisa), è andato in Cina ad interrogare la saggezza cinese. La quale, al contrario, definisce efficace un’azione indiretta, lenta. Dall’interno, dice Jullien con pessimismo, non c’è possibilità di cambiare.

Lei è d’accordo?

“Non del tutto. La filosofia si è staccata molto dall’essere, anche in Italia. E’ il pensiero cattolico che non cambia. Con questo Papa la Chiesa è ancor più radicata nella sua visione razionalistica. Certo, anche lui sarà costretto ad adattarsi alle circostanze, come è successo per il viaggio in Turchia e anche per questo annunzio di cui si parla, per cui il celibato non è un dogma”.

Se il sacerdozio delle persone sposate fosse ammesso metterebbe un freno alla crisi di vocazioni…

“Non c’è dubbio, ma non rappresenterebbe solo una questione di opportunità, o di costume. Io credo che potrebbe rappresentare, all’interno della Chiesa, una critica profonda alla maniera di esporre la fede. Porta una corrente nuova, una nuova linfa”.

Fra i tre primi beati di Papa Ratzinger c’è De Foucault

“Si, finalmente. Credo che anche lì ci sia il segno di Dio. Fuocault è stato il modello dell’ecumenismo, ha vissuto la sua vita nel mondo musulmano. Ha addirittura detto che la sua vocazione è nata lì, in quel mondo, da un’idea che esista una fraternità indipendente dalla posizione religiosa. Ecco perché è importante che sia stato beatificato”.

Sarà mai santo, o beato, Oscar Romero?

“Dovrebbe esserlo da tempo, forse non lo sarà mai. Monsignor Romero, con la Teologia della Liberazione, ha sfidato la società del suo paese. La ragione politica, non quella religiosa, ha finora bloccato la sua beatificazione. D’altra parte l’America del Sud è sempre stata dominata dall’America del Nord. E anche personaggi nuovi, come Lula, non riescono a scuotere la struttura politica del Brasile, non ne hanno la forza. Dove ci sono interessi americani lesi non si possono fare riforme sostanziali”.

Siamo al tramonto dell’Occidente?

“Direi di sì. Dal punto di vista teoretico ha detto quello che doveva dire. Ci sono forze di rinnovamento, certo, ma siamo al centro di una grande crisi. Abbiamo lasciato trionfare un sistema economico che va al rovescio, contromano. Il capitalismo è una patologia, perché tende all’accumulazione. Chi più ha si difende, spende per sicurezza, si inventa nuovi nemici”.

Un quadro disperante…

Che dire? Abbiamo perduto la salute del vivere. Il Manifesto scrive che abbiamo un governo senza anima. Ma tutto è senz’anima, tutto è pensato indipendentemente dall’uomo e dai suoi bisogni”.

Come ci si può liberare dall’angoscia dell’esistenza?

“Trovando il vero senso della vita. Scoprendo la meditazione, il valore del silenzio, ma anche vivendo nel mondo. Con leggerezza, senza passato e senza futuro. Sentirsi amati nel presente e non chiedersi perché. Questo può essere un modo. E pensare agli altri. L’angoscia appartiene agli egoisti, quanto più si sa soffrire per gli altri tanto più ci si sente leggeri. Perché permetti che il dolore dell’altro si appoggi a te e diventi un fatto di amore”.

Torniamo al silenzio.

“E’ una gran cosa, ma anche qui bisogna stare attenti che il silenzio, bello e giusto, non diventi un rifiuto del mondo. Hai visto il film “Il grande silenzio”, io l’ho trovato molto pesante…Il silenzio non ha valore in se stesso, può essere anche inerzia”.

E la preghiera?

“Neanche la preghiera ha valore in se stessa se non nasce come illuminazione del momento che vivi”.

L’obbedienza è una virtù?

“L’obbedienza non deve andare contro la verità. Qualche volta bisogna essere anche disobbedienti. Lo dice Paolo: eravate schiavi, ora siete liberi in Cristo. La grande novità cristiana è che la nostra vita non è più lasciata alla legge ma alla creatività. E allora io devo accogliere le occasioni che si presentano per amare, per darsi agli altri. Ognuno sa quello che può fare per vivere bene. La grazia è una è una docilità allo Spirito di Dio”.

Si prega troppo?

“Si fanno troppe pratiche religiose. La Chiesa non è fatta di adolescenti bisognosi di guida, la fedeltà alle pratiche non è in sé un valore. Non lo penso solo io, santa Teresa d’Avila si scagliava più contro le devozioni che contro i peccati”.

Il Papa che più di tutti ha avvicinato la Chiesa al Vangelo?

“Giovanni XXIII, senza dubbi. Con lui la Chiesa era giovane, viva, davvero sul mondo. Il Vaticano II è l’unico Concilio riformatore, tutti gli altri sono disciplinari. Papa Giovanni ha avuto il grande merito di marcare la base di un colloquio col mondo che oggi, nella reale sostanza, è bloccato”.

Che cosa dovrebbe fare la Chiesa?

“Capire il momento attuale dell’umanità. Usare il linguaggio giusto. La carità o è politica o elemosina. Ecco, la Chiesa deve aiutare il povero ad assumersi la sua responsabilità.

Maria Paola Masala

(L’Unione Sarda  06.12.06-  pag.17