Lettera di Lorenzo Maestri a Repubblica
(agosto 1998)

 

Lorenzo Maestri era parroco di un paesino sul Lago Maggiore. Oggi, a 66 anni, è un tranquillo signore in pensione, che vive con sua moglie, dopo aver fatto l'insegnante, il muratore e il rappresentante di commercio. E il prete, un "mestiere" che ha abbandonato vent'anni fa, dopo aver conosciuto la donna che ha sposato, ma anche per profonde divergenze con il vescovo di Milano ai tempi dei referendum sul divorzio e sull'aborto. Il contrasto con le autorità su temi così scottanti, allora come oggi, è stata però solo una delle motivazioni: "Non c'è mai un solo motivo per cui si decide di abbandonare l'ordine" racconta Lorenzo Maestri. "E' un insieme di situazioni che ti portano a dover prendere una decisione, che non è mai facile. Ancora di più se c'è di mezzo una donna. E il prezzo da pagare è alto".

L'ex parroco del paesino Lago Maggiore è uno degli ottomila preti sposati in Italia, responsabile dell'associazione Vocatio per il Nord Italia. "Sono un prete sposato della diocesi di Milano, e da 15 anni faccio parte di questa associazione, sempre con ruoli di resposabilità. Ero parroco di una piccola parrocchia a Pino Lago Maggiore, e lo sono stato per vent'anni. Poi mi sono sposato, e sono entrato a far parte di quel 14 per cento, su un totale di 54.000 preti". 

Non è una condizione facile da vivere per Maestri, che però in qualche modo ne è fiero: "I preti sposati in Italia non sono riconosciuti, nel migliore dei casi sono emarginati, se poi si sposano civilmente vengono addirittura scomunicati". Un'ostilità costante e crescente, anche se un tempo non era così: "Noi abbiamo l'impressione che ogni volta che tentiamo di far parlare di noi, il Vaticano intervenga dall'alto per farci tacere, perché il potere ecclesiastico vuole il silenzio. Ma noi siamo solo la punta dell'iceberg di un fenomeno che ha anche altre facce, come quei preti che hanno la donna ma continuano a rimanere sacerdoti". 

Il matrimonio dei preti ha una modalità che si avvicina a quella dei divorziati: "Ci possiamo sposare con un atto pubblico, in municipio o in chiesa. Ma chi si sposa in municipio, come me, è praticamente scomunicato. Per sposarsi in chiesa bisogna invece ottenere la dispensa, ma è una procedura talmente dura che la maggioranza evita di chiederla, e se lo fa è perché è spinto dalla donna, che vuole un matrimonio in chiesa. Infatti la maggior parte dei sacerdoti incontrano la futura moglie nell'ambito parrocchiale, sono quindi persone credenti, che senotno il bisogno di benedire la loro unione". 

Non si tratta di una dispensa per potersi sposare, ma dell'annullamento della propria vocazione, il riconoscimento di un errore. "Per ottenere la dispensa bisogna affrontare un processo canonico: come tutti i processi canonici, si vuole dimostrare la nullità della propria vocazione, e quindi l'annullamento del sacerdozio. Poi ci si può sposare in chiesa, e si può fare tutto quello che a un prete è negato".

Quella del processo canonico è una strada lunga, e tutta in salita. "Ai tempi di papa Montini era diverso. Aveva vedute molto larghe, e tutte le 20.000 domande arrivate sono state concesse, perché lui sosteneva che se uno se ne vuole andare può farlo. E allora come oggi, le richieste della dispensa erano tutte finalizzate al matrimonio. Con Giovanni Paolo II invece si sono chiusi i rubinetti, con un decreto della congregazione per impedire questo esodo che aveva spaventato la chiesa. Il Papa è stato per questo accusato di essere reazionario, perché ha voluto impedire l'esodo volontario".

Una lotta che Maestri porta avanti da vent'anni, e che ora è sbarcata su Internet. "Avevamo già in programma l'idea di realizzare un sito, e finalmente ci siamo riusciti, coinvolgendo tutte le sedi in Italia". Ma è uno lo scopo principale della presenza in Rete: "Quando capita qualche fatto eclatante che ci coinvolge, i mass media non sanno mai a chi rivolgersi. Noi offriamo le informazioni che servono per far capire la nostra situazione, dicendo la nostra e facendoci conoscere. E nel punto in cui siamo, non abbiamo più paura di niente". (r.c.)